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25 aprile, le celebrazioni a Varese

Tanta partecipazione al corteo nelle vie del centro per la Festa della Liberazione

25 Aprile 2026
in #ViviVarese
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Una folla di persone, famiglie e giovani hanno riempito le vie della città per le celebrazioni del 25 aprile. Il lungo corteo composto da oltre mille persone è partito da piazza San Vittore, passando nelle strade del centro storico con la deposizione dei fiori in memoria dei caduti partigiani, fino al Salone Estense dove si sono tenuti i saluti istituzionali introdotti dal presidente Anpi Varese Rocco Cordì, con il prefetto Salvatore Pasquariello, il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, il presidente della Provincia di Varese Marco Magrini e il sindaco di Varese Davide Galimberti. A chiudere le celebrazioni un’orazione ufficiale di Marzia Giovannini, avvocata e presidente EOS Centro antiviolenza Varese.


 

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Il discorso del sindaco Davide Galimberti:

Autorità civili, religiose e militari, rappresentanti dell’associazione partigiani, cittadini e cittadine:

Il 25 aprile non è una data neutra. È una linea di confine. Da una parte, un Paese piegato da una dittatura, privato delle libertà fondamentali, immerso nella guerra e nella paura. Dall’altra, l’inizio di una possibilità, di un futuro democratico, della conquista della liberta, e finalmente, di poter scegliere che tipo di Stato diventare.
La Festa della Liberazione non celebra soltanto la fine di un regime, ma l’assunzione di una responsabilità collettiva. Nel 1945 non si trattò solo di liberarsi da un potere imposto, ma di decidere consapevolmente di non volerlo più.

Ogni volta che ricordiamo il 25 aprile, quindi, non stiamo guardando soltanto al passato: stiamo implicitamente rispondendo a una domanda che resta aperta ancora oggi — che cosa significa, davvero, essere liberi. Quest’anno poi ricorrono anche gli 80 anni dal primo voto delle donne in Italia. Una tappa fondamentale nella storia del nostro Paese perché ha portato al suffragio universale, un principio essenziale alla base delle democrazie moderne, perché riafferma all’interno della società l’uguaglianza e equità di tutti i cittadini e cittadine, senza distinzioni.

Il Festa della Liberazione non è soltanto una ricorrenza storica: è, a tutti gli effetti, un atto politico fondativo. Parlare del 25 aprile significa confrontarsi con l’origine stessa della democrazia italiana e con le scelte radicali che ne hanno determinato la nascita. Il regime non era solo stato sconfitto ma quel modello si era dimostrato un fallimento sotto tutti gli aspetti. L’Italia ne usciva a pezzi. La fotografia di quello che accadde deve essere la nostra risposta a chi ancora oggi ripropone modelli e ideologie che non solo sono state sconfitte ma che hanno generato conseguenze drammatiche per milioni di persone.

La Liberazione segnò dunque una rottura netta: non una continuità, ma una scelta. Quella scelta fu incarnata dalla Resistenza, un movimento che espresse una chiara volontà politica: costruire uno Stato fondato sulla partecipazione, sul riconoscimento dei diritti e sull’equilibrio dei poteri.

È da questo momento che nasce la legittimità della Repubblica italiana. La Costituzione è profondamente segnata dall’esperienza antifascista. I suoi principi — dalla centralità del lavoro alla tutela delle libertà fondamentali — riflettono una precisa presa di posizione contro ogni forma di autoritarismo.

Nel contesto attuale, questa riflessione assume un peso ancora maggiore. In un mondo segnato da nuove tensioni geopolitiche, come le guerre in medio oriente e in Ucraina, e da una crescente pressione sulle istituzioni democratiche in molte aree del pianeta, il tema della Liberazione resta quanto mai attuale. Non più come memoria distante, ma come categoria politica viva: chi detiene il potere, come lo esercita, quali limiti incontra.

Anche all’interno delle democrazie occidentali emergono segnali che richiedono attenzione: la concentrazione del potere, la crisi della rappresentanza, la violazione del diritto internazionale. In questo scenario, il 25 aprile invita a una domanda scomoda ma necessaria: quanto sono solide oggi le basi della nostra democrazia?

La risposta non può essere retorica. La Liberazione non è un punto di arrivo definitivo, ma un processo che richiede manutenzione continua. I diritti possono essere ampliati o compressi, le istituzioni rafforzate o indebolite. La storia del Novecento dimostra che nessuna conquista è irreversibile.

Anche la nostra Europa che nasceva dopo la sconfitta dei totalitarismi della Seconda Guerra mondiale come modello di democrazia è chiamata ad essere anche oggi il primo scudo e la prima difesa contro ogni deriva antidemocratica.

In questo scenario però abbiamo visto risvegliarsi, in particolare da parte dei giovani, una forte coscienza contro i conflitti in corso in diverse aree del mondo. La guerra in Palestina, ma anche Ucraina e in altri scenari, hanno portato ragazzi e ragazze a far sentire la loro voce e chiedere la Pace. Questo movimento si è allargato e ha raccolto sempre più consenso da parte di chi non si rassegna che la guerra sia una costante del nostro tempo. Le giovani generazioni ci stanno dicendo a gran voce in che mondo vogliono vivere, un mondo di pace e non di conflitti.

Un mondo che guarda ai diritti e alla libertà delle persone e non alle lotte tra governi. A loro dobbiamo guardare con fiducia perché la loro voglia di partecipazione è concreta. In questa ottica il solco della Liberazione e dei valori del 25 aprile tornano ad essere quanto mai attuali.

Per questo, e in questa prospettiva, il 25 aprile torna ad essere ciò che è sempre stato: una scelta politica rinnovata nel tempo. Non un rituale, ma una presa di posizione. Non un ricordo statico, ma un criterio di giudizio sul presente.

Ricordare la Liberazione significa, dunque, assumersi una responsabilità: riconoscere da quale parte della storia si intende stare quando sono in gioco i principi fondamentali della convivenza democratica.

Come ha giustamente detto il nostro presidente Mattarella nel suo discorso: “La lotta di Liberazione è una pagina fondante della storia repubblicana, la legge del più forte genera barbarie”.
Prendiamoci dunque cura della Liberta!

Buon 25 aprile!

 


 

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Il discorso del presidente Anpi Varese Rocco Cordì:

Cari concittadini,
in questo 25 Aprile accanto all’81° anniversario della Liberazione, celebriamo l’80° della Repubblica, la conquista del voto alle donne, l’elezione della Assemblea Costituente. Il primo grande frutto della Resistenza e della Liberazione dal nazifascismo è stato il passaggio alla democrazia.
Un processo complesso di vera e propria costruzione di spazi, strumenti, istituzioni, alternativi al regime dittatoriale e alla stessa democrazia liberale del periodo prefascista. Tra il 1945 e il 1946 si pongono le basi della Costituzione della Repubblica democratica.
E siamo qui per rinnovare l’impegno a difenderla da ogni attacco e a batterci per la sua piena attuazione.

Siamo circondati da presunti “modernisti” secondo i quali la difesa della Costituzione sarebbe per noi un arcaico feticismo o un attaccamento fideistico al passato. Ma la nostra Carta fondamentale anche se ha quasi 80anni (li celebreremo l’anno prossimo!) ci parla dell’oggi perchè è li che troviamo valori, principi e indicazioni programmatiche ineludibili se vogliamo affrontare al meglio le crisi e le sfide del presente. E’ li che vengono stabiliti i tratti identitari della nostra Repubblica: fondata sul lavoro, che riconosce e afferma i diritti inviolabili dell’uomo, la pari dignità sociale di tutti i cittadini (senza distinzioni di sesso, razza, religione, opinioni e condizioni
personali e sociali).

Una Costituzione fatta non solo di principi ma che, in modo inequivocabile, assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto impediscono la piena affermazione dell’uguaglianza tra i cittadini, che afferma con nettezza il ripudio della guerra, la netta distinzione tra i poteri dello stato, il primato delle Assemblee elettive.
Se vogliamo onorare la memoria di quanti hanno combattuto per conquistare libertà e democrazia dovremmo davvero impegnarci tutti per attuarla pienamente e non per stravolgerla. Perché lì c’è l’essenza della democrazia e della convivenza civile.

Alla Liberazione del 1945 è seguito un altro anno straordinario: il 1946. Per la prima volta nella storia nazionale il diritto di voto viene esteso a tutti i cittadini maggiorenni senza distinzione alcuna. Se per molte donne il primo spazio di emancipazione venne affermato partecipando alla Resistenza, è con il voto che conquistano ruoli e spazi mai avuti (anche se il cammino per la piena affermazione della parità sarà lungo sempre irto di ostacoli). Le donne entrano così a pieno titolo nella scena politica e, grazie alla determinazione delle 21 “madri costituenti”, lasceranno un segno profondo anche nella Costituzione. L’affermazione del diritto di voto segna il primo punto di svolta tra fascismo e democrazia e il suo valore sostanziale, ieri come oggi, va ben oltre il giorno delle elezioni, Lo abbiamo ricordato nelle settimane scorse in diversi appuntamenti pubblici richiamando in particolare il primo voto a suffragio universale dei varesini avvenuto con la elezione del Consiglio Comunale (7 aprile 1946) e quello successivo di due mesi dopo, quando nel Referendum istituzionale del 2 giugno scelsero a maggioranza la Repubblica e, contestualmente, votarono per l’Assemblea Costituente.

In tali occasioni abbiamo rievocato le ardue prove affrontate dagli amministratori di allora in una città stremata dalla guerra e il passaggio di consegne dal sindaco Enrico Bonfanti (nominato dal CLN all’indomani della Liberazione) a Luigi Cova. Cova ottenne quasi 4mila voti di preferenze individuali e venne eletto sindaco da una maggioranza consiliare socialcomunista. Una scelta altamente significativa perché Luigi Cova era la stessa persona che nel 1922 da sindaco di Varese era stato estromesso con la forza dai fascisti per mettere al suo posto un uomo fedele a quel regime che avrebbe cancellato ogni forma di democrazia nel successivo ventennio.

Ma il nostro compito non è solo ricordare gli eventi di quegli anni che hanno cambiato profondamente la storia nazionale. La memoria va coltivata e attualizzata perchè anche le conquiste che abbiamo considerato a lungo certe e intoccabili possono essere messe in discussione. Accade oggi con il ritorno cieco e barbaro della guerra, dei nazionalismi, della costante violazione del diritto internazionale e della sovranità dei Paesi, della ferocia con cui si colpiscono le popolazioni civili, e persino con il disprezzo verso chiunque si oppone a questa follia.
Dalla memoria di 80 anni fa possiamo ritrovare l’energia unitaria per contrastare questa catastrofica deriva che sta portando dalla guerra a pezzetti, come lucidamente l’aveva definita papa Francesco, al conflitto generalizzato.

Perciò non si può rimanere indifferenti di fronte agli orrori della guerra, ad un genocidio in diretta, alle pretese di esclusione dell’altro e alla costruzione del nemico, al succedersi di politiche vuote di società, all’attenzione prestata esclusivamente ai rapporti di forza tra potenze e alla barbarie nei rapporti internazionali. Questa energia unitaria di cui c’è bisogno è memoria di Resistenza, di Liberazione, di democrazia progressiva, di giustizia sociale, di partecipazione popolare, di costruzione di pace. Una energia democratica che abbiamo ritrovato e rivisto in chi lotta per affermare i propri diritti e nei movimenti, soprattutto giovanili, impegnati a riaffermare il “ripudio” della guerra come sancito dall’art 11 della nostra bella Costituzione.

E noi oggi siamo qui per rinnovare il nostro impegno per attuare la Costituzione e ribadire le parole del giuramento dei sopravvissuti di Mauthausen: “La pace e la libertà sono garanti della felicità dei popoli, la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra stati e popoli” Un giuramento più che mai attuale se vogliamo rimanere umani

Viva il 25 Aprile.
Viva la Repubblica nata dalla Resistenza

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